Giuseppe_Piermarini,_ritratto_di_Martin_KnollerDi Ambrogio Annoni
Architetto, nato a Foligno il 18 luglio 1734, ivi morto il 18 febbraio 1808. Da giovinetto studia matematica, meccanica, anche astronomia; con tanto amore che, dietro le insistenze dell’astronomo gesuita R. Boscovich, viene mandato a Roma per un corso regolare di studî nel 1760. Ma a Roma, più che dalle scienze esatte, si sente attratto dall’architettura, alla quale si dedica interamente avendo per maestri Paolo Posi e Luigi Vanvitelli. Finiti gli studî, torna a Foligno, e vi si indugia a copiare monumenti classici e a disegnare piccoli edifici e chiese di campagna. E forse si sarebbe impigrito nella quiete provinciale della sua terra, se non gli fosse toccata la meritata fortuna d’essere chiamato dal Vanvitelli a Caserta. Là il suo grande maestro lo aveva desiderato collaboratore nei disegni e nella costruzione della Reggia, dal 1765 al 1769. Sono del tempo di questo soggiorno i rilievi dell’Arco di Traiano a Benevento.
Nel 1769 il Vanvitelli lo conduce con sé a Milano, dove avrebbe dovuto trasformare l’antico Palazzo ducale accanto al Duomo; ma, irritato dalle inframmettenze e dalla tirchieria della corte, torna a Napoli cedendo ogni incarico all’allievo. Il quale fece opera all’esterno, forse un po’ troppo semplice, ma all’interno rispondente con molto decoro al tema e all’uso, specie nel fastoso gruppo di sale e saloni imprimendovi le due caratteristiche dell’ingegno suo: un’organica chiarezza di concetto e una raffinata aristocrazia di forma (1769-1778). Così, e con la nomina a imperial regio architetto e ispettore delle fabbriche per tutta la Lombardia, nel 1770, incomincia per il P. un’intensa attività, che durerà per circa trenta anni: fino a quando, venuti in Lombardia i Francesi, dovette lasciare la carica. Abbandonò Milano, per ritirarsi, verso il 1799, nella natia Foligno: confortato dai ricordi, dai parenti, e dagli studî nuovamente diletti della meccanica, dei quali gli piaceva informare l’amico milanese Barnaba Oriani, astronomo.
Intanto, nel 1771, partecipa al concorso per i disegni della sede dell’Accademia (oggi Accademia Virgiliana) di Mantova in gara col Bibbiena. La vittoria, fatta più preziosa dalla celebrità del competitore soccombente, gli viene in seguito amareggiata da artificiose contrarietà alle quali egli tiene testa, dignitosamente. La costruzione fu terminata dall’architetto Paolo Pozzo nel 1775. Verso il 1772 appresta i disegni di riforma e d’ampliamento dell’università di Pavia; ma i lavori della facciata furono condotti con varianti da lui disapprovate.
Nel 1777 inizia la Villa reale di Monza, voluta dall’arciduca Ferdinando e terminata tre anni dopo.
Questa rapidità è di per sé un titolo di merito per l’architetto; che, più maturo d’esperienza, più saldo nei mezzi finanziarî, libero nello sviluppo, dà buona prova del suo equilibrato spirito d’arte, architettando un’imponente, comoda e ben disposta reggia di soggiorno e trasfondendo nei giardini, nelle visuali, nella disposizione di verdi e di acque, di viali e di sfondi, la fantasia nutrita a Caserta e il proprio criterio di una commisurata nobiltà d’effetti. Nelle ville il P., in confronto di quelle del sei e del settecento, fu ritenuto moderno assai; ma l’architettura ne è un po’ troppo severa: a Desio, presso Milano (dove pure è del P. la chiesa parrocchiale), la villa Cusani, trasformata poi nella villa Tittoni; a Cassano d’Adda, la grandiosa villa D’Adda ora Borromeo; in Brianza, a Ello, la villa Prinetti ora Amman, e, a Cremnago, la villa Perego di Cremnago (1782).
Parecchi furono i palazzi del P. a Milano: oltre il già citato Palazzo reale e senza ricordare quelli poi demoliti, Greppi, in Via S. Antonio, del 1778; Casnedi; Mellerio; Morigia in Via Borgonuovo; la facciata verso il giardino del palazzo Cusani in Via Brera; pure verso il giardino, la fronte del palazzo Litta sul corso Magenta; il portale del palazzo di Brera, del 1780; il palazzo del Monte di Pietà (1782-1783). Ma già nel 1777 aveva eretto per i Belgioioso il loro magnifico palazzo sulla piazza che ne prende il nome: primo fra tutti, anche per il carattere nell’espressione delle nuove tendenze architettoniche.
Al rinnovamento urbanistico di Milano, per impulso dell’arciduca Ferdinando, diede opera il P. con la sistemazione, nel 1780, della piazza dinnanzi all’arcivescovado (del quale fece la facciata) e che fu chiamata dalla bella fontana che vi eressecon il tracciato e il progetto di edifici per la via di S. Radegonda (1783); con la creazione rapida e felice dei giardini pubblici (la parte verso il corso) fra il 1782 e il 1787.
Ma l’opera di lui più famosa doveva essere il Teatro della Scala. Annientato da un incendio il Teatro di Corte il 25 febbraio del 1776, subito il P. disegna il nuovo; che sorgerà sull’area ottenuta dalla demolizione della chiesa fatta erigere dalla pia moglie di Bernabò Visconti, Regina della Scala. Se il progetto fu pronto in quaranta giorni, la costruzione in due anni fu compiuta: s’inaugurò il 3 agosto 1778. Ne sono mnegabili pregi: la giustezza della curva nella sala di spettacolo, l’ottima sonorità, la cura delle visuali, la comodità dei palchetti, gli accorgimenti di distribuzione dei passaggi, delle scale, degli accessi e dei servizî. E li esaltò il Foscolo con chiari accenni. Sono pure del P.: il Teatro della Cannobbiana (ora demolito) in Milano, di questi anni; del 1782-1783, il teatro di Mantova (compiuto sotto la direzione dell’architetto Paolo Pozzo), quello di Monza, e altri.
Nella sua città, il P. fino dal 1773 aveva incominciata la trasformazione interna della cattedrale, rispettando i disegni del Vanvitelli (1725); e condusse il restauro del Palazzo delle canoniche.
Il P. rinnovatore sincero ed entusiasta di quello che, ai suoi tempi, chiamarono il buon gusto a seconda delle linee classiche, fu anche docente della sua arte. Fondata da Maria Teresa, l’Accademia di belle arti iniziò nel 1776 a Brera il suo insegnamento: professori, oltre il P. per l’architettura, erano il Traballesi di Firenze per la pittura, il Franchi di Carrara per la scultura, e, per gli ornamenti, il ticinese Albertolli, già suoi collaboratori.
Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-piermarini_%28Enciclopedia-Italiana%29/