Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/agostino-di-duccio_(Dizionario-Biografico)/

di Isa Belli Barsali – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 1 (1960)

Nacque nel 1418 a Firenze, da Antonio di Duccio, tessitore di drappi soprannominato « il Mugnone », e da Lorenza sua seconda moglie.

La prima opera da lui firmata e datata (« Augustinus de Florentia 1442 ») è la lastra marmorea con quattro Storie della vita di s. Geminiano (ora all’esterno dell’abside del duomo di Modena), che faceva parte di un altare commessogli da Ludovico Forni. Per lo stesso altare aveva eseguito anche la statua di S.Geminiano col bimbo salvato (ora sul pontile del duomo di Modena). A Venezia, dove si trovava nel 1446 insieme con il fratello Cosimo, orafo, entrambi banditi da Firenze sotto accusa di un furto di argento alla SS. Annunziata, sarebbe stato attivo nella bottega di Bartolomeo Bon, con cui avrebbe lavorato nella lunetta con l’Incoronazione di Maria, ora nella sagrestia della chiesa della Salute. Sono state attribuite ad A., ed assegnate a questi anni, la Cassa di s. Giustina, già nella chiesa di S. Giustina a Padova (ora nel Victoria and Albert Museum, Londra), e la statua di S.Ludovico di Tolosa, sul portale della chiesa di S. Alvise a Venezia.

Il momento formativo di A. presenta una serie di problemi ancora aperti e controversi.

Fiorentino, ebbe certo occasione di vedere, negli anni precedenti al bando dalla sua città natale, le opere di Donatello, del Ghiberti, di Luca della Robbia, di Michelozzo; forse più tardi, a Bologna, vide quelle di Iacopo della Quercia. Ma, nonostante la suggestione di queste e di altre esperienze, di volta in volta individuabili nelle sue sculture, il linguaggio di A. ebbe un esito sempre assai diverso e personale, orientato verso una sottigliezza lineare, che probabilmente si rafforzò nell’ambiente veneziano, ancora raffinatamente gotico.

L’inizio della presenza di A. a Rimini, dove i documenti d’archivio lo ricordano per la prima volta nel 1449 – compare citato come teste – è da fissare al 1446; la data è incisa sul cartiglio marmoreo del sarcofago di Isotta, primo lavoro a lui assegnabile nella decorazione plastica dell’interno del Tempio Malatestiano, firmato: « Opus Augustini Fiorentini lapicidae », nella fascia della cornice. La presenza a Rimini è attestata per circa dieci anni, ma un documento del 1454 lo ricorda a Cesena. Tolti alcuni inserti di altri scultori e lapicidi soprattutto settentrionali – ma anche il fratello Ottaviano, orafo e scultore, giunge a Rimini nel 1456 -, sono assegnabili ad A. la maggior parte delle sculture, per le quali è possibile fissare anche qualche data. I lavori della cappella di S. Sigismondo si iniziarono il 30 ott. 1447, posa della prima pietra; i due muri della cappella delle Reliquie erano costruiti tra il 1447 ed il 1448; il 15 maggio 1448 fu iniziata la trasformazione della cappella di Isotta, la cui costruzione, insieme con quella delle cappelle di S. Sigismondo e delle Reliquie, terminò il 7 apr. 1449. Nell’ottobre del 1450 furono messe in opera le due coppie di elefanti nella cappella di S. Sigismondo, che fu consacrata il 1 marzo 1452; la decorazione della cappella di Isotta fu compiuta probabilmente tra il 1452 ed il 1453. Il 18 dic. 1454 erano finiti i muri della cappella della Madonna dell’Acqua e se ne stava iniziando il rivestimento ornamentale; l’Arca degli Antenati, che fu collocata all’interno, era già pronta a quella data, ma non gli elefanti di sostegno. Nel 1455 A. era a Rimini, dopo il viaggio a Cesena, insieme con Matteo de’ Pasti e Matteo Nuti; nello stesso anno erano in via di rivestimento le cappelle dei Pianeti e delle Arti Liberali. Nel 1457 tutte e sei le cappelle dovevano essere finite, ed A. partito da Rimini, perché nel luglio risulta presente a Perugia.

Tutto l’interno del Tempio risultò così come una raffinata enciclopedia che, in un nuovo clima di assorto e quasi metafisico stupore, celebrava l’amore e la gloria di Sigismondo Pandolfo Malatesta ed Isotta degli Atti, probabilmente seguendo i suggerimenti di Sigismondo stesso, di Matteo de’ Pasti, degli insigni umanisti di corte. Le allegorie medievali ed i miti classici, gli emblemi araldici malatestiani, le figurazioni delle Scienze, Arti, Virtù, Pianeti, i segni dello Zodiaco, si presentano unitariamente collegati dall’eleganza della linea di contorno, che raggiunge il più alto effetto nei putti musicanti e danzanti. Ma appare anche, nelle schiacciate figure, un gusto per la salda costruzione dei corpi, che può essere avvicinato a quello di Filippo Lippi, ed ancora coesistono disparati ricordi delle esperienze giovanili, soprattutto da Michelozzo.

Al periodo riminese sono assegnabili il bassorilievo del Viaggio di s. Sigismondo, più conosciuto come Augusto e la Sibilla, scolpito per il monastero di S. Maria della Scolga presso Rimini (ora nel Museo del Castello, Milano); il bassorilievo con Madonna con Bambino ed angioli (Victoria and Albert Museum, Londra); i due Fanciulli reggistemma, già a Cesena (collezione privata, New York); il bassorilievo con l’Elefante malatestiano sulla porta dell’aula della Biblioteca Malatestiana a Cesena. Il bassorilievo in marmo con Madonna con Bambino ed angioli, un tempo nel chiostro del Carmine a Firenze ed ora al Bargello, può essere datato agli anni immediatamente seguenti la permanenza di A. a Rimini.

Il 17 luglio 1457 A. era a Perugia per l’esecuzione della facciata dell’oratorio di S. Bernardino, iniziata il 25 ottobre e terminata nel 1461 (la data è nella cornice superiore). In questi anni lavorò anche all’altare di S. Lorenzo – oggi assai manomesso – nella chiesa di S. Domenico, allogatogli dagli eredi di Giovanni di Petruccio il 10 genn. 1459 e terminato nell’ottobre dello stesso anno. A questa prima dimora perugina sono stati assegnati da C. L. Ragghianti due rilievi, residui di un trittico, con gli Arcangioli Michele e Raffaele, nel duomo di Acquapendente (Viterbo). Allo stesso periodo è assegnata una Madonna con Bambino, a mezza figura (Galleria nazionale, Perugia).

Il prospetto dell’oratorio di S. Bernardino, nel dominante arcone e nel frontone di coronamento se mostra un influsso albertiano assimilato a Rimini, acquista però un tono nuovo, pittorico, per il leggero risalto delle cornici, la lenta graduazione dei piani, la larga inclusione della scultura che è strettamente legata all’intelaiatura architettonica. Elegantissimi sono i rilievi in origine policromati (Storie di s. Bernardino; Virtù francescane, ai lati dell’ingresso; Gloria di s. Bernardino tra angioli e cherubini, nella lunetta); più deboli, come del resto frequentemente nella produzione di A., le statue dell’Annunciazione (ali e testa dell’angiolo sono di rifacimento moderno) e dei due Santi.

Nel gennaio-febbraio 1463 A. risulta a Bologna, dove lavorò ad un modello in legno e cera, oggi perduto, per la facciata della chiesa di S. Petronio. Dallo stesso anno, per un decennio, gli risultano allogate a Firenze un gruppo di opere oggi perdute: il 16 apr. 1463 un Gigante per il duomo, che fu terminato nel novembre dello stesso anno; il 15 ag. 1464 un gigantesco David, che, malamente sbozzato nel 1466 da un suo aiuto, Bartolomeo di Pietro da Settignano detto il Baccellino, venne ritirato dagli Operai del duomo. Il 5 genn. 1470 ricevette un acconto per una Resurrezione in terracotta da collocarsi nella SS. Annunziata, non sappiamo se eseguita. Rimangono invece: il bassorilievo in stucco policromato con la Madonna col Bambino e gli stemmi Ridolfi e Salutati (Bargello, Firenze), databile tra il 1465 ed il 1468; i due Angioli reggicortina della chiesa di Ognissanti (collezione Morgan, New York); un bassorilievo col Congedo di Gesù dalla Madre (Metropolitan Museum, New York).

Nel 1473 era di nuovo a Perugia; l’8 maggio ricevette la commissione per l’altare della Pietà nel duomo (eseguito con larga collaborazione; oggi frammentario) ed il 17 maggio presentò ai Deputati sopra l’edifizio della porta civica di S. Pietro un modello, accettato, che si impegnava di eseguire in diciotto mesi per il prezzo di 1200 fiorini. Il 12 apr. 1475 veniva fatto ad A., che aveva modificato il modello, un nuovo contratto, prolungati i termini di lavoro ed affiancato per la muratura M. Polidoro di Perugia (sostituito alla morte, 1480, dal fiorentino Antonio di Bartolomeo Carattoli). Nella Porta di S. Pietro, a triplice arcata – l’opera rimase incompiuta per la morte di A., che solo il 27 luglio 1481 aveva presentato il modello del cornicione – la suggestione architettonica dell’Alberti viene attenuata per il risalto delle preziose parti decorative.

Per questa seconda permanenza perugina sono documentate diverse opere, perdute: giugno 1473, commissione della Signoria per un grifone di legno; maggio 1475, cappella di S. Bernardino nel duomo; ottobre 1475, pagamento di Giuliotto ed Antonio di Galeazzo Baldeschi per un lavoro in S. Francesco. Allo stesso periodo sono assegnati il busto in terracotta dell’Annunziata (chiostro del duomo, Perugia) e un Angiolo (Museo di Belle Arti, Budapest). Ma le sculture più importanti di questi anni sono le figure in pietra, oggi frammentarie (Galleria nazionale, Perugia), provenienti dalla facciata dell’oratorio della Maestà delle Volte, demolito nel 1566.Le forme solenni e conchiusamente armoniche, il modellato tenue e sintetico, si animano di pittorica leggerezza e di intima passione.

I due monumenti sepolcrali di Amelia (Terni), al vescovo Giovanni Geraldini nel duomo (1455) ed ai coniugi Matteo ed Elisabetta Geraldini in S. Francesco (1477), appartengono all’ultima attività di A. e furono eseguiti certo con larga collaborazione di aiuti.

Dal 1481 mancano notizie di Agostino.

Era morto da qualche anno nel 1498, quando a Firenze la moglie Francesca – dalla quale aveva avuto i figli Margherita, Lorenza, Antonio – aveva già ripreso la dote e si era rimaritata.

La ricostruzione dell’attività e della biografia di A. è assai recente. Per il Vasari, ad esempio, che ne dà poche notizie inesatte, sarebbe stato fratello di Luca della Robbia.

Solo con la seconda metà del sec. XIX la pubblicazione di documenti e studi critici permisero di delinearne la personalità, riconoscendolo autore delle sculture di Rimini e di opere fino ad allora attribuite ad altri artisti.

Attribuzioni, assegnazioni e notevoli contributi critici sono continuati fino ad oggi.

Diversità di conclusioni della critica recente, spiegabili in gran parte con la varietà di suggestioni che l’opera di A. presenta, si imperniano essenzialmente sul periodo formativo (durata, contatti, opere assegnabili). Benché nulla risulti per ora su una giovanile attività di orafo, il preziosismo e la capillarità dei suoi depressi bassorilievi lo hanno fatto avvicinare da C. Gamba ad orafi e bronzisti come Bertoldo ed il Filarete. Sono stati indicati contatti di A. con Donatello attraverso l’uso dello schiacciato; con l’arte gotica e con l’arte senese, in particolare con Iacopo della Quercia ed il Vecchietta, secondo G. Brunetti. Per l’armonica cadenza dei contorni, fluenti e melodici, èstato presentato, tra l’altro, come il precedente più significativo del Botticelli. Con più particolare riferimento all’opera di Modena, H. W. Janson individua contatti con Luca della Robbia e con Michelozzo; mentre G. Galassi accentua il contatto con Michelozzo, pur potendosi anche notare « vaghi risentimenti del Ghiberti e di Donatello »: solo a Rimini, sparito il travestimento romaneggiante, si manifesterebbero nell’opera di A. i segni dello studio fatto in patria su autori alla moda, alla lor volta donatelliani, come Filippo Lippi. Il Ragghianti, per le opere di Modena, concorda col riferimento a Michelozzo, Luca della Robbia ed altri: isolato a Rimini, A. attuerebbe un suo mondo formale in cui avrebbe grandissima parte un acceso gusto medievale e bizantino, e solo più tardi rientrerebbe nella dialettica delle esperienze italiane.

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