annibale mariottiNacque a Perugia il 13 sett. 1738 da Prospero, originario di Fratta (ora Umbertide), e da Maddalena Leonori di Todi. La provenienza familiare lo pose fuori dalla tradizionale carriera negli organismi amministrativi locali e lo spinse a seguire le orme dei nonni, l’uno cerusico e l’altro medico, e del padre, professore di medicina e botanica nello Studio cittadino, nonché membro dell’Arcadia e autore di varie opere manoscritte su temi scientifici. Scelta anch’egli la medicina, il M. si laureò nel 1754 e nel 1755 entrò nel Collegio dottorale. Per completare la formazione si trasferì poi a Roma dove frequentò le lezioni di Fr. Jacquier e Th. Leseur, fisici e matematici, dell’archiatra pontificio N. Saliceti e soprattutto di B. Stay, professore di eloquenza nella Sapienza e figura di grande rilievo nel panorama culturale romano.

Al ritorno in patria, il M. sostenne l’esame di ammissione alla cattedra universitaria e iniziò l’insegnamento, legando alla docenza una produzione scientifica che fin dagli esordi si preannunciava amplissima. Dopo tre anni, nel 1761, iniziò una nuova fase di viaggi, compiendo una scelta decisiva ai fini della sua formazione: fu a Bologna, Padova, Parma e Pisa, ove poté mettersi in contatto con scienziati e letterati d’ogni parte d’Italia, tutti interessati ai progetti riformistici dei vari sovrani.

In particolare, il M. seguì a Bologna le lezioni del medico, fisico e filosofo I.B. Beccari e a Padova quelle di G.B. Morgagni, protagonisti l’uno e l’altro della trasformazione in senso clinico-scientifico dell’insegnamento della medicina nelle università.

Il rientro in patria nel 1763 fu segnato dalla ripresa dell’insegnamento e della professione medica, come anche da un’intensa produzione poetico-letteraria e dall’inizio della ricerca filologica ed erudita sulle memorie cittadine. Il M., non nobile, fu un assiduo frequentatore delle famiglie nobili, dei loro salotti e di molte accademie, cittadine e non. Come scienziato promosse nell’Università una polemica per introdurre il metodo sperimentale nell’insegnamento della fisica e durante gli anni della carestia che colpì, al pari di altre zone, il territorio perugino dissertò sulle alternative offerte dall’introduzione nella panificazione di materie prime diverse da quelle tradizionali.

In definitiva, come professionista e come cattedratico il M. riuscì a rinnovare la medicina applicando all’insegnamento il metodo sperimentale, sulle orme dell’orvietano L. Viti e del perugino A. Pascoli. Il suo caso conferma che anche il rinnovamento dello Studio, dal 1625 chiuso per volere di Urbano VIII a tutti coloro che non fossero cittadini e collegiati per gli interessi convergenti dell’oligarchia cittadina e del governo pontificio, molto doveva all’azione personale dei docenti e alle loro iniziative di viaggio. Dall’aggiornamento delle materie insegnate si giunse in un secondo momento alla riforma degli studi e della cultura del corpo docente, ancora in gran parte formato da ecclesiastici.

Le frequentazioni del M. spaziavano fino agli esponenti di quel ceto civico più illuminato di cui egli stesso era parte non secondaria, nuovi esponenti della classe dirigente cittadina di cui tracciò consapevolmente l’evoluzione, sia pure in un clima sostanzialmente d’antico regime. Si oppose, per esempio, all’esclusione dei giovani non nobili e non perugini dal collegio universitario della Sapienza nuova, ultima evoluzione di un processo di nobilitazione che aveva già investito le principali arti cittadine e ora si estendeva a quelle istituzioni educative che, per statuto, si aprivano ai giovani che fossero forestieri e privi di grandi possibilità economiche. Due pamphlets, da lui stampati nell’occasione (1784), valsero a bloccare l’iniziativa in una situazione locale ormai logorata.

L’impresa maggiore cui si dedicò in questo periodo, sempre nel quadro dell’affermazione della borghesia delle professioni, del commercio, degli apparati e della proprietà terriera, è la realizzazione di un teatro, detto del Verzaro, da opporre come luogo d’incontro e di produzione artistica a quello del Pavone, riservato ai nobili.

Pur nell’apparente, reciproca, frequentazione attestata da un profluvio di lettere e di scambi, la contrapposizione di ceto uscì allo scoperto in occasione della fondazione del teatro Civico, inaugurato nella stagione autunnale del 1781 e tenuto in attività con la messa in scena di drammi musicali d’argomento classico, ispirati alla storia cittadina, ai cui testi aveva lavorato lo stesso Mariotti. Quando, poi, i nobili, in qualità di maggiori possidenti, elaborarono un progetto per il «disseccamento del Lago Trasimeno» (1789), il M. lo avversò con forza, perché si sarebbe risolto in un vantaggio per l’élite e non per le finanze statali; si oppose pure all’erezione del nuovo ospedale.

Negli anni della maturità e della più intensa attività di ricerca storica negli archivi cittadini, il sodalizio con l’archivista G. Belforti, esponente anch’egli del ceto civico, consentì al M. di avviare indagini sistematiche negli archivi delle magistrature civili e giudiziarie dell’intero territorio perugino. Si delineava così l’importante ruolo che avrebbe svolto nella realizzazione di un grande progetto di studio sulla storia culturale e letteraria della città, interrotto, e rimasto perciò in gran parte manoscritto, dagli avvenimenti di fine secolo.

L’adesione all’esperienza giacobina avvenne in coerenza con la sua formazione, in forza della quale partecipare significava assumersi anche le responsabilità di governo nella Repubblica Romana con i nuovi incarichi, dapprima di membro della Municipalità di Perugia, poi di governatore del Dipartimento del Trasimeno (1798-99). In tale veste il M. riservò particolare attenzione agli ospedali e alle carceri, cercando di tutelare i luoghi della cultura – archivi e biblioteche – e sostenendo la riforma dell’Università su presupposti destinati a sopravvivere alla stessa Repubblica. Quest’impegno gli valse, al ritorno del governo pontificio, una dura persecuzione (il carcere a Perugia e poi ad Arezzo) e quindi la residenza coatta nella casa di campagna, dalla quale stilò l’ultima difesa personale, pubblicata nell’anno 1800, per rinfacciare ai suoi denigratori l’assenza della certezza del diritto, vera conquista del Settecento, a fronte di una non formalizzazione delle accuse.

Il M. morì a Perugia il 10 giugno 1801.

Se le indagini svolte dal M. sulla storia comunale cittadina costituivano una specie di manifesto antiaristocratico, tuttavia i quadri di riferimento «seguitavano ad iscriversi nel regime antico», finendo per proporre quindi una rigenerazione della società perugina da attuare senza spaccature con la Chiesa, considerata una realtà legata comunque e per moltissimi motivi alla storia della città. Tale interpretazione, proposta nel convegno organizzato dalla Deputazione di storia patria per l’Umbria nel primo centenario della morte (cfr. E. Irace, «Dall’erudizione alla politica»: A. M. e la scoperta del popolo medievale, in A. M. 1738-1801. Cultura scientifica, storica e politica nell’Umbria di fine Settecento. Atti del convegno di studi… 2001, a cura di M. Roncetti, Perugia 2002, pp. 198 s.), appare come una soluzione ragionevole al problema dell’interpretazione della vicenda politica del M., vero uomo «degli ordini», nella quale non s’individuano fratture con le precedenti esperienze storico-politiche. Tuttavia la sua sorte rimase sostanzialmente quella di uno sconosciuto per la storiografia italiana del periodo, singolarmente poco apprezzato anche in patria, nonostante l’intitolazione al suo nome del liceo cittadino (1865).

Opere: fra quelle edite, innumerevoli i sonetti, le odi, canzoni, orazioni, che, in qualità di pastore arcade, il M. dedicò ad amici e conoscenti; alcune operette sono dissertazioni a carattere scientifico, come la Perizia medica sulla pasta da uccidere i pesci, Perugia 1769; Lettera indirizzata al dottore Luigi Bestini in occasione che questi scriveva in versi sull’uso del latte in medicina, Lucca 1775 o Delle parotidi ne’ mali acuti. Dissertazione epistolare, Perugia 1785; Della malattia e susseguente morte di sua ecc. mons. Felice Faustino Savorgnano … governatore di Perugia e preside dell’Umbria. Ragionamento storico-medico, ibid. 1786.

Le opere successive sono, invece, il prodotto dei suoi molteplici interessi, scientifici, letterari, storici, politici: Lettera sulla salubrità del pane di segala, in Sitologia ovvero Raccolta di osservazioni, di esperienze e ragionamenti sopra la natura e la qualità dei grani e delle farine per il panificio con l’aggiunta di altri trattati utilissimi agli agricoltori ed ai mercanti, II, Livorno 1765; Dei cattivi effetti del pane logliato e dei loro rimedj…, Perugia 1768; Riflessioni proposte all’estensore del Memoriale avanzato alla santità di n.s. Pio VI felicemente regnante per la instituzione di un seminario nobile in Perugia in luogo del collegio Gerolimiano detto Sapienza nuova, ibid. 1784; Risposta all’autor della Replica fatta alle Riflessioni sul memoriale presentato a… Pio VI per la soppressione della Sapienza nuova di Perugia, s.l. 1784; Il pallon volante. Commedia d’un atto solo, Perugia 1784; De’ perugini auditori della Sacra Rota romana. Memorie storiche, ibid. 1787; Lettere pittoriche perugine…, ibid. 1788; Riflessioni sul disseccamento del lago Trasimeno oggi detto lago di Perugia, ibid. 1790; Discorso del cittadino Annibale Mariotti direttore degli studi nella Università di Perugia recitato il dì 7 fiorile anno VII repubblicano in occasione del solenne riaprimento della stessa Università, ibid. s.d. [ma 1799]; Parlata intorno alcune imputazioni che si credono date ad A. M. per supporlo reo di giacobinismo, s.l. [ma Perugia] 1800.

A cura degli allievi apparve l’edizione postuma di una parte degli scritti nel Saggio di memorie civili ed ecclesiastiche della città di Perugia e suo contado, Perugia 1806, cui seguì un’antologia poetica e letteraria per cura di G. Antinori (Versi e prose del dott. A. M., I, Poesie, Perugia 1809; II, Prose, ibid. 1823).

Di Rita Chiacchiella

 

Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/annibale-mariotti_(Dizionario-Biografico)/[