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di Francesco Paolo Fiore – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 32 (1986)

Figlio di Giulio, di nobile famiglia perugina, e di Biancofiore degli Alberti, fu battezzato in S. Domenico a Perugia il 29 apr. 1536 con il nome di Carlo Pellegrino, che mutò in Egnazio quando, il 7 marzo 1555 entrò, sempre a Perugia, nell’Ordine domenicano.

Per l’Oldoini (1678, pp. 313 s.) la sua educazione fu curata soprattutto dalla zia paterna, Teodora, nota come pittrice e studiosa di astronomia, matematica e geometria. Infatti il D. non intraprese come i fratelli e il padre l’attività artistica, ed approfondì lo studio teorico delle matematiche e della geometria anche se accentuò l’interesse per gli aspetti di queste materie connessi con le arti del disegno; lo integrò inoltre con gli insegnamenti paterni in merito all’uso degli strumenti di misurazione (Modo che Giulio Danti usava in levare le piante delle province; cfr. Trattato del radio latino, Roma 1586, p. 109) o alla loro costruzione, cui aveva atteso già il nonno Piervincenzo: il D. curò la stampa (Firenze 1571) con note della traduzione di Piervincenzo de La sfera di messer Giovanni Sacrobosco tradottaemendata e distinta in capitoli da Piervincentio Dante de’Rinaldi, ricordando in tal modo anche il nome originario della famiglia, che dalle fonti mss. risulta tuttavia Ranaldi.

Alla fine del 1562 il D. era già a Firenze al servizio di Cosimo I (Del Badia, 1881, pp. 1 ss.) per eseguire seguendo l’ordine di Tolomeo i dipinti cartografici di tutte le regioni del mondo allora note sugli sportelli degli armadi del guardaroba di Palazzo Vecchio.

Nel corso di dodici anni eseguì i disegni, poi coloriti sotto la sua direzione, di trenta delle cinquantatré carte realizzate (Europa, quattordici; Africa, undici; Asia, quattordici; America, quattordici), con indicazione della graduazione e del rapporto scalare di rappresentazione. Le rimanenti si devono al frate olivetano Stefano Bonsignori, che Francesco I chiamò a Firenze dal 22 genn. 1576 (Palmesi, 1899, p. 15).

Il D. ottenne buona e rapida fama dalla sua opera per Cosimo, se, quando papa Pio V acquistò un’ampia area fuori delle mura di Bosco Marengo (9 maggio 1566), sua città natale, per erigervi un convento domenicano, fu chiamato a dare il progetto per l’annessa chiesa di S. Croce (Rossi, 1974-76).

Rocco Lurago eseguì su suo disegno il modello, ma la chiesa subì probabilmente varianti dovute alla direzione dei lavori di Martino Longhi. Nel 1571-72 si recò poi a Bosco Giacomo Della Porta, architetto di fama al servizio di papa Ghislieri, mentre il D. vi è ricordato per l’ultima volta nel 1569.

Forse anche a causa del favore papale e della posizione di prestigio raggiunta nella corte fiorentina ove era anche istitutore di matematica, il D. fu oggetto di persecuzioni e accuse mai chiarite, ma il benvolere di Cosimo lo portò ad ottenere la cattedra di matematica presso lo Studio di Firenze a partire dal novembre 1571 dietro il compenso di tre scudi mensili. Nel 1572 costruì un quadrante astronomico marmoreo sulla facciata di S. Maria Novella con otto orologi solari, cui aggiunse nel 1574 una armilla equinoziale. Nel 1575 iniziò infine uno gnomone, non terminato, utile per lo studio della diminuzione dell’obliquità ellittica (il “moto di trepidazione”) che per il Libri (1841, pp. 37-42) il D. avrebbe scoperto prima di Tyco Brahe.

La morte di Cosimo I interruppe il progetto ardito, ma difficilmente realizzabile, che il D. aveva redatto per collegare, tramite l’Arno ed un canale, con chiuse, laghi artificiali e perforazioni sotto l’Appennino, i mari Tirreno e Adriatico. Ma soprattutto lo privò della protezione di cui godeva, e Francesco I, già critico nei suoi confronti, chiese nel 1575 al padre generale dei domenicani l’allontanamento del D. da Firenze malgrado la protezione del cardinale Ferdinando de’ Medici, fratello di Francesco. Lasciò tra l’altro a Firenze strumenti quali i due astrolabi costruiti per Cosimo e per il cardinal Ferdinando, strumenti e astrolabi oggi presso l’Istituto e Museo di storia della scienza a Firenze, oltre a mappamondi di varia grandezza. Nella villa delle Rose aveva realizzato quello che sembra essere stato il suo primo anemoscopio verticale.

A Bologna, dove fu trasferito, il D. ebbe dopo pochi mesi, il 28 novembre 1576, la cattedra di matematica per le classes pomeridianae dietro compenso annuo di 200 libbre: il prestigioso incarico prevedeva l’insegnamento, durante i quattro anni di corso, della sfera di Sacrobosco, dell’astronomia di Tolomeo, di Euclide, della teoria dei pianeti. Il suo nome è registrato tra quelli dei professori dell’università bolognese sino al novembre 1583 (Palmesi, 1899, p. 19) malgrado il D. fosse già a Roma in quella data.

Nel corso del soggiorno bolognese il D. costruì altri anemoscopi verticali nel cortile del palazzo arcivescovile per il cardinale Gabriele Paleotti (1575), nel giardino di Lorenzo Costa, nella villa Bianchetti ad Ozzano, nel chiostro del proprio convento di S. Domenico, l’unico parzialmente conservato. Costruì anche la cappella delle reliquie nella chiesa dello stesso convento (Razzi, 1592, cc. 1r-163v), poi distrutta, e un grande gnomone in S. Petronio (1575), poi sostituito dalla meridiana di G. D. Cassini.

Trovandosi a Perugia nell’estate del 1577, a un anno dalla morte del fratello Vincenzo (maggio 1576), dal quale ereditò le carte e per il quale dettò l’epitaffio sulla sua tomba nella chiesa di S. Domenico di quella città, eseguì due anemoscopi, nel palazzo dei Signori e nella villa Ghislieri. Redasse, su sollecitazione dello stesso Ghislieri, governatore pontificio, e della Signoria, la corografia del contado perugino e della città.

Il rilievo gli richiese solo 28giorni, come egli ricorda in una lettera a V. M. Borghini, grazie all’impiego del radio latino da lui stesso perfezionato: la corografia fu poi da lui dipinta ad acquarello su di una parete dell’aula del governatorato del palazzo, “grande 15 piedi”, ma venne perduta per un errato restauro nel 1798. Il successo di tale rilievo e l’interessamento di Iacopo Buoncompagni gli procurarono l’incarico di rilevare l’intero Stato della Chiesa, e nel 1578 il D. ne scriveva al Borghini chiarendo che ciò non gli avrebbe impedito di continuare l’insegnamento in Bologna. Qui divenne anzi membro della commissione di topografi bolognesi presieduta da S. Datterini e incaricata di dirimere le controversie di confine con gli Stati vicini. Nei tre anni successivi rilevò tutta la Romagna, parte dell’Umbria, la Sabina e parte dell’alto Lazio.

Esiti di questo lavoro furono la carta, rarissima, Perusini Agri, stampata a Roma nel 1580 da M. Cartaro ed inserita dall’Ortelio nell’edizione del Theatrum Orbis terrarum di Anversa del 1601, e la carta corografica del Territorio di Orvieto (1583),inserita nel 1593 nell’ediz. italiana del Theatrum dell’Ortelio.

Il D. lasciò Bologna quando, nel 1580, papa Gregorio XIII lo volle a Roma come cosmografo e matematico pontificio in vista della riforma del calendario e della decorazione della lunga galleria nel braccio occidentale del Belvedere vaticano, poi detta delle carte geografiche.

Come membro della commissione per la riforma del calendario giuliano, realizzò una grande meridiana sul pavimento della loggia nella Torre dei Venti, eretta dal Mascherino circa a metà della citata galleria, con la quale rese evidenti al papa gli errori commessi sino allora nel calcolo degli equinozi e dei solstizi. Il calendario fu adeguato nell’ottobre 1582 con il recupero di dieci giorni rispetto al vecchio (5-15 ottobre). Nel 1581 aveva inoltre installato sulla volta dello stesso ambiente un anemoscopio e ne aveva curato il contesto iconografico, dettando un programma per i pittori Matthäus e Paul Bril, N. Circignani e lo stesso Mascherino, che ne realizzarono gli affreschi.

Il D. iniziò contemporaneamente a disegnare i cartoni per le quaranta carte geografiche della galleria, rappresentanti regioni, città e possedimenti italiani, e non solo dello Stato della Chiesa, che vennero affrescate entro il 1583 dai pittori da lui diretti: G. Muziano, C. Nebbia, N. Circignani e il fratello Girolamo (e non Antonio, come erroneamente menzionato dal Baglione, 1642, p. 56), morto tuttavia già nell’80. La galleria è oggi compresa nei Musei Vaticani.

Questa grandiosa realizzazione non fu tuttavia l’unica, con la Torre dei Venti, per la quale egli tracciò disegni o dettò programmi iconografici. In una cronaca autografa egli stesso descrive come sue opere in Vaticano “la Galleria, la Loggia de Venti, l’altre camore vicino la sala di Svizzari, et quella de Palafrenieri con l’altra loggia grande sopra l’offitio della Camora avanti la Bologna…” (Palmesi, 1899, p. 122),così come aveva già asserito per le “due sale degli svizzeri” nel commento a Le due regole (1583, p. 86).Proprio in quest’ultimo caso, ed in particolare per quella detta oggi sala vecchia degli Svizzeri, confinante con la sala dei Palafrenieri o dei Chiaroscuri e con le logge di Raffaello, il D. dette il programma iconografico per i personaggi allegorici ivi rappresentati e non solo per il presumibile disegno prospettico dell’inquadratura architettonica. Gli affreschi, eseguiti da A. Tempesta, P. Nogari, G. B. Lombardelli, G. Zucchi, G. Stella e G. Cesari (il Cavalier d’Arpino, dal D. stesso scoperto e presentato poco prima: Taja, 1750, p. 110),furono terminati entro il 1582. È probabile che il perugino Cesare Ripa, che nella sua Iconologia (1593) cita sei figure presenti nella sala attribuendole al D., si ispirasse alla medesima realizzazione già nel concepire l’Iconologia come catalogo a stampa di personificazioni allegoriche (Brink, 1983).

Il D. diede similmente il programma iconografico per gli affreschi dell’abside della chiesa di S. Spirito a Roma, dipinti da Iacopo Zucchi dal giugno 1582 (Pillsbury, 1974, pp. 434 s.).Non meglio precisato è il contributo alla sala dei Chiaroscuri, mentre l’Almagià (1955, p. 5),conferma l’attribuzione al D. anche delle carte affrescate nell’ala settentrionale della Terza Loggia, ove è a lui attribuita anche la rappresentazione della traslazione del corpo di S. Gregorio. La figura dell’ideatore di allegorie e programmi iconografici, in somiglianza a quella del Borghini a Firenze, si accosta pertanto a quella del D. maestro di geometria e prospettiva, quale nel 1583 appare con evidenza in una ulteriore prova, i commenti a Le due regole della prospettiva pratica di Messer Iacopo Barozzi da Vignola, opera da lui pubblicata a dieci anni dalla morte dell’architetto e fondamentale nella storia dell’applicazione della prospettiva, sia per la sua diffusione, sia per considerevoli anticipazioni delle conclusioni cui pervenne più tardi Guidubaldo dal Monte.

Nel 1583 il D. fu accolto tra i membri dell’Accademia di S. Luca a Roma, essendo già dall’anno di fondazione (1573) in quella del Disegno di Perugia, cui il fratello Vincenzo aveva donato i calchi in gesso dei quattro Tempi del giorno di Michelangelo, realizzati con il suo aiuto in Firenze a partire dal 1570.

L’11 nov. 1583 Gregorio XIII volle infine premiarlo delle sue fatiche e lo nominò vescovo di Alatri, sede vacante da pochi giorni.

Il D. tenne il 13 giugno 1584il sinodo diocesano che promulgò disponendo tra l’altro che le sepolture avvenissero abitualmente al di fuori delle chiese. Volle poi trovare una sistemazione per il monastero delle suore benedettine della città, ed adibì allo scopo l’edificio già dell’abate e dei chierici di S. Stefano con la vicina chiesa, che dovette privare per questo scopo della navata sinistra e mutare d’orientamento, trasportandone il portale su di un fianco. Nello stesso anno ritrovò le reliquie di papa Sisto I e il 12 giugno del 1585 ne riferì a Sisto V, succeduto a papa Gregorio, dopo aver ricordato l’evento con una iscrizione sull’ambone dell’altare maggiore della cattedrale, anch’essa abbellita e rinnovata nella confessione, a similitudine di quella vaticana. Eresse, sempre in Alatri, un Monte di pietà.

Il D. aveva già collaborato, prima dell’elevazione a vescovo, con Giovanni Fontana per la riparazione del porto di Claudio presso Fiumicino, e nel 1586 venne chiamato a collaborare ancora con lui e con Camillo Agrippa per la traslazione dell’obelisco vaticano in asse con la basilica. In particolare egli segnò solstizi ed equinozi alla sua base, con i venti, trattandolo come un grande gnomone. Ma sulla via del ritorno ad Alatri, a Valmontone, cadde malato di polmonite e il 19 ottobre 1586 morì dopo aver raggiunto la sua sede episcopale.

Lasciò in eredità al nipote Giulio, figlio di Girolamo, le carte di famiglia che aveva gelosamente raccolto, un album di disegni simile a quello tenuto dal Vasari, la sua ricca biblioteca, e probabilmente un commentario di Vitruvio (Oldoini, 1678, p. 131), interrotto dalla morte, oltre ad altri suoi averi. Tale preziosa raccolta non è stata ancora rintracciata. Fu sepolto nella cappella della Madonna del Suffragio nella chiesa di S. Paolo in Alatri (Palmesi, 1899, p. 114). Un suo ritratto appare a bassorilievo nel monumento a Gregorio XIII nel S. Pietro vaticano.

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