Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/baldo-degli-ubaldi-o-semplicemente-baldo_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Di Giuseppe Ermini

BALDO degli Ubaldi, o semplicemente Baldo. – Uno dei maggiori giureconsulti italiani del Medioevo, nato a Perugia da nobile famiglia nel 1319 o nel 1327. Giovane d’ingegno straordinariamente precoce, dopo avere studiato diritto a Perugia alla scuola del grande Bartolo da Sassoferrato, si addottorò ancora giovanissimo, secondo la tradizione a soli 17 anni, e poco dopo già insegnava leggi nell’università di Bologna, forse fin dal 1344. Qui si iniziò la sua lunga e movimentata vita accademica; passò dall’una all’altra delle maggiori università del suo tempo dovunque insistentemente invitato e desiderato per la sua fama di sommo maestro. Nel 1351 era di nuovo a insegnare a Perugia, nel 1356 certamente a Pisa, nel 1358 si trasferì a Firenze dove restò per circa sette anni suscitando tale ammirazione intorno a sé da ottenere il conferimento della cittadinanza onoraria; nel 1365 insegnò ancora a Perugia, dal 1376 al 1379 tenne a Padova la cattedra ordinaria di diritto civile, ma l’anno seguente tornò nella sua città; i priori e i camerlenghi perugini si opposero nel 1385 alla sua partenza per Firenze dove era stato chiamato. Se non che nel 1390 B. passò ancora a Pavia dove il 28 aprile 1400 morì. Il suo corpo fu sepolto, secondo le disposizioni testamentarie, nella chiesa di S. Francesco dei conventuali di Pavia.

B. è insieme con Bartolo il più grande dei giureconsulti del sec. XIV e la sua opera scientifica con quella del maestro, col quale ebbe spesso a polemizzare, rappresenta il massimo risultato cui giunse la scuola giuridica detta dei commentatori o scolastici. Egli si mostra spirito piuttosto indipendente, e, pur difendendo l’opera passata dei glossatori contro l’esagerato biasimo degli ultramontani, tende a dare ai suoi studî un carattere prevalentemente pratico, mettendo a prova l’acume del suo ingegno, forse anche maggiore di quello del maestro, nella difficile risoluzione delle numerose questioni giuridiche e nell’ordinamento dei nuovi istituti che sorgono spontanei dalle condizioni economiche e sociali dei tempi nuovi. Questo indirizzo pratico si riflette, forse ancor meglio che nel suo insegnamento, nella sua vasta opera di consulente, nei suoi numerosi consilia (ed. Venezia 1491, 1496, 1526; Milano 1489, 1493; Pavia 1490; Lione 1548, 1559, ecc.) dei quali famosi i due pareri dati nel 1381 e nel 1395 sulla nuova materia della cambiale. Tanta fu la sua riputazione che anche il pontefice Urbano VI volle conoscere il parere di Baldo sulla questione del grande scisma d’Occidente.

Ma per adattare le leggi antiche alle nuove esigenze, B., temperamento di polemista e amante della disputa, abusò spesso della dialettica, si mostrò superficiale e incorse in contraddizioni e in errori; sono frequenti ad esempio nelle sue opere citazioni di testi non fatte a proposito. E in ciò Bartolo è senza dubbio migliore.

Vastissima ci appare la cultura di B. sì da permettergli di trattare da maestro tutti i campi del diritto, dal diritto romano al canonico, al commerciale, al penale, al feudale, all’internazionale.

Dalle letture e dai corsi tenuti nella scuola derivano i suoi commentarî di notevole valore, malgrado il disordine e le contraddizioni che vi si notano in più punti, alle diverse parti del Corpus iuris (tutti i commenti al Corpus iuris sono nell’edizione di Venezia 1559), alle Decretali (Venezia 1495, 1500; Lione 1507, 1561), ai libri feudorum (Lione 1497; Venezia 1500, 1516, ecc.), alla pace di Costanza (Milano 1482; Venezia 1494 e nelle edizioni del volumen). Più importanti forse ancora appaiono i numerosi trattati che B. scrisse sugli argomenti più varî: nella Summula respiciens facta mercatorum ci si palesa la sua competenza in materia commerciale, acquistata certo anche nell’ufficio di consultore delle arti della mercanzia e della lana che egli ricoprì a Perugia (in Tract. univ. iuris, t. III, IV, VI, VII, VIII, XI, XVII, XVIII). Egli fu autore anche di un trattato de commemoratione famosissimorum doctorum, una specie di storia dei maestri e delle scuole, disgraziatamente non pervenutoci ma del quale si giovò il Diplovataccio nella sua opera.

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